“La compagnia dei disegni” John Berger
Ho scoperto John Berger, ammetto che fino a ora non lo conoscevo e me ne faccio una colpa.
Mi ha colpito così tanto che ho comprato un suo libro e non sarà l’unico.
John Berger è uno scrittore giornalista e critico d’arte.
In un articolo che ho letto, racconta cosa vede mentre disegna, il suo pensiero la sensazione tattile della carta, del segno della matita che si piega al volere del suo pensiero, del percepire del suo occhio.
Ecco cosa dice a proposito di un disegno fatto guardando una ballerina:
“..Spesso l’immagine nella mia testa era più chiara di quella sul foglio. Continuavo a ridisegnare. A forza di cancellature, la carta è diventata grigia…”"… Lo sforzo delle mie correzioni e la resistenza della carta hanno cominciato a somigliare all’elasticità del corpo di Maria. La superficie del disegno, la sua pelle, non l’immagine, mi fanno pensare che ci sono momenti in cui un danzatore può farti venire la pelle d’oca.
Noi che disegnamo non lo facciamo solo per rendere visibile qualcosa agli altri, ma per accompagnare qualcosa di invisibile alla sua incalcolabile destinazione..”
E ancora:
“Il disegno accumola le risposte. Naturalmente, via via che metti in discussione le risposte, accumola anche le correzioni.Disegnare è correggere.”
Non saprei spiegarlo meglio, direi che per me è la traccia del pensiero, che si traduce così spontaneamente o no su una superficie, prima ancora di essere tradotto in linguaggio. Questo vuol dire anche che da un disegno si può conoscere chi lo crea limpidamente, come un’espressione della sua anima.
Che ne pensate?
Avete mai disegnato per pensare?
Io si, mi piacerebbe sapere se qualcuno fra voi, vedendo i propri disegni o quelli dei propri bambini o compagni scopre impara o conosce qualcosa di più di quella persona.

Mamma, raccontami di quando eri piccola..
Ho sempre abitato in campagna, finchè mi sono sposata.
Da piccola giocavo sull’aia a campana, o andavo in bici per le stradine sterrate che circondavano casa mia.
Quando pioveva la strada si riempiva di rigagnoli d’acqua che scorrevano in discesa come tanti ruscelletti, e dopo la pioggia trovavamo i rospi che pigramente saltavano fuori dal fango.
Correvo al pollaio ogni volta che le galline gridavano “coccodè” con la voce strozzata , segno che avevano appena deposto l’uovo, e se lo trovavo, lo portavo alla mia mamma perchè lo sbattesse con lo zucchero per poterlo mangiare.
In estate sull’aia giocavo nascondino la sera dopo cena, fino a che il buio non diventava fitto fitto allora inseguivamo le lucciole, ce n’erano tante, per chiuderle nel palmo delle mani e incantarci alla loro luce per poi liberarle.
Avevo una mamma che raccoglieva le more e le cuoceva e le passava al setaccio per farne delle marmellate buonissime, e metteva sotto zucchero o alcoll le ciliegie del campo.
Avevo una nonna e una zia che mi hanno insegnato a lavorare ai ferri e a fare l’uncinetto.
Avevo un nonno che coglieva una rosa rosso porpora da mettere tutte le mattine alla statua di Gesù che teneva sul comodino, e profumava ..
Ho scoperto che tutte queste frasi sono diventate l’inizio di tante piccole storie , che i miei figli la sera ascoltano volentieri, anzi mi incitano a ripescare nella mia memoria fatti e sopratutto persone che per loro sono leggendari, ma che sono esistite davvero.
Sembra che la mia infanzia interessi molto , sono diventata un libro, il loro libro, e a volte mi citano come se la mia memoria fosse piena di pagine numerate, e naturalmente guai a sbagliare o cambiare il filo del racconto!
Per non parlare dei detti, delle filastrocche o delle parole pronunciate diversamente , grazie al mio fiorentino, che a loro fanno ridere!
Questo è un bozzetto tratto dal mio quaderno, sabato e domenica questo enorme noce selvatico davanti a questa casina in campagna ci ha donato grandi momenti di felicità, nonchè tantissime piccole e dolci noci.
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